
Lo spaghetto in barba alla parola
Si dice che oggi scrivono tutti. E meno male, dico io, perché ciò significa che c’è ancora una buona fetta di persone che crede nella parola, nella frase scritta, nella letteratura.
Nello scenario attuale, dove la competenza è il marketing di sé stessi, se qualcuno fa milioni di visualizzazioni con “l’aglio e olio,”
il mercato decreta che va bene, perché la cucina è vista come servizio, mentre il saper scrivere appare
intellettualismo fastidioso.
La nuova borghesia dell’apparire vede il libro come tutorial per riempire la pancia, avere un fisico scolpito e un trucco perfetto.
Un romanzo richiede tempo, fatica e non si perdona a un esordiente di scrivere bene.
Il libro che scava e fa riflettere è destinato a una minoranza che non si accontenta solo dello “spaghetto.”
E invece dovremmo andare fieri del fatto che esiste ancora una generazione che coltiva
il pensiero critico, perché se si smettesse di scrivere e di leggere, anche l’intelligenza artificiale si impoverirebbe.
L’AI non crea un bel niente, essa ricombina dei dati, è semplicemente una macchina che ha bisogno dell’uomo che vi inserisce informazioni.
Se non si scriverà e non si leggerà, il vocabolario dell’AI si impoverirà, la cultura tornerà a essere privilegio di pochi che saranno detentori degli algoritmi per manipolare la massa che vivrà solo di immagini digitali.

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